La ferita dell'esilio
Ne La ferita dell’esilio ci sono tre parti strutturate: la prima, una ‘fenomenologia’ a più livelli dei processi della globalizzazione (storia, economia politica e logiche e pratiche della sua ‘biopolitica’, che per chi scrive è rappresentata dalla pseudociviltà del Postmoderno; la seconda, ‘cuore’ del libro, è la trascrizione di undici esperienze di esilio di altrettante parti del mondo (antropologia storica), con relative schede storiche e contestualizzazioni biografiche; la terza è un’analisi comparativa e critica (di antropologia politica) del concetto/dimensione di esperienza, ragionando sull’esperienza vissuta dei protagonisti dell’esilio e su quello che si intende per esperienza nel postmoderno.
"...«Con rispetto a questo dei luoghi, io avrei molte cose da dire, forse troppo, ci sarebbe da parlar tantissimo perché sono cose che io ho sentito sempre, sin da bambino. E poi una vita travagliata, con la madre morta che io ero molto piccolo, quindi me la ricordo anche poco, io avevo quasi cinque anni quando è morta mia madre, quindi siamo stati un tempo con il padre poi siamo andati dai nonni, dalla nonna. E la nonna, la casa sua era molto bella, mi ricordo bene, bella nel senso che aveva molto spazio, quindi era un nostro regno, mio e di mio fratello; perché la nonna con i suoi figli avevano costruito una casa, però ave¬vano ricavato gran parte del materiale dallo stesso terreno; avevano fatto scavi, avevano recuperato sassi, rena, una grande quantità di materiale che era possibile usare per costruire. Quindi era una casa piena di buchi, caverne, una cosa, un paradiso, veramente una cosa incredibile, e aveva due grossissimi alberi, una mi¬mosa e un’acacia, molto vicino l’uno all’altro, che tra l’altro era un altro paradiso quello; questo piccolo complesso di due alberi, uno accanto all’altro, salendo sui rami di uno si passava all’altro, immagina te eravamo io e mio fratello, eravamo due tarzan. Non era campagna, era periferia della città, Santiago, il terreno era molto grande, quando si permetteva ancora ad una famiglia di avere un pezzo di terra. Allora era molto bella, venivano i ragazzi della scuola che era vicina a casa, all’uscita della scuola si riversavano tutti i ragazzi a casa mia perché c’erano questi buchi, queste caverne, e i due alberi. E poi, una cosa molto particolare, quando la mimosa era piccola mio padre, quando era piccolo a sua volta lui, ave¬va fatto un nodo all’ alberino che era molto flessibile, e crescendo l’albero che ha preso una circonferenza di un metro quasi il tronco, questo nodo era diventato un’enorme palla, così ad una cinquantina di centimetri da terra, quindi era una grande palla e creava una specie di angolo, quindi l’albero cresceva un pochino in verticale e poi faceva una crescita quasi obliqua. Quindi questo permetteva molto facilmente di scalare l’albero, era una meraviglia, il più bel ricordo che c’ho della casa della nonna. La nonna aveva galline, oche, e diceva non pren¬dere le uova perché ti possono beccare, e non se ne rendeva conto che era più pericoloso queste buche che noi continuavamo ancora a scavare, ingrandire, per piacere nostro; così abbiamo trovato addirittura con mio fratello una … di argilla. Sicché abbiamo cominciato a modellarla, sicché questa era un’attrazione incredibile, non finiva mai. I ragazzi della scuola venivano tutti, mia nonna im¬pazziva, e guarda che i ragazzi di scuola non era una ventina come qui, in Cile un maestro che ha ventuno alunni non esiste quasi. Io sono vissuto là in casa della nonna con piccole scappatelle, mi sono trovato quando già cominciavo a lavoricchiare un pò, mi sono reso indipendente provvisoriamente per un perio¬do, poi tornavo da lei o dal mio padre, quindi ho vissuto un pò di qua un pò di là. Però mi ricordo che ero ancora in casa della mia nonna quando già avevo cominciato a lavorare a scuola..."
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