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Italo Mario MAGNO

Il Giurì

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IL GIURÌ




Il sonno quella notte fu davvero agitato e al mattino, guardandomi nello specchio, mi ritrovai più vecchio e con alcune rughe che mi contornavano la base degli occhi. Ma non tanto per quello che m’attendeva al calar della sera, quanto perché non avevo ancora deciso se presentarmi o meno davanti a quella sorta di giurì, che avevano deciso di costituire apposta per me.
Riflettendomi nello specchio, m’interrogavo sul da farsi, e mentre ancora non mi decidevo - anzi mi decidevo, ma subito davo disdetta alla decisione già presa, e tutto questo per un’infinità di volte - mi passavano per la mente lontani ricordi del mio passato, quando ancora coi pantaloni corti mi gettai nel cerchio dell’agone politico e subito divisi il mondo in bianco e nero, di qua i “nostri”, di là tutti gli altri.
Eppure, nella sicurezza di quell’ordine un po’ manicheo, riuscii a trovare una dirittura che mai m’avrebbe lasciato nella vita, anche se ora stava rappresentando la mia rovina.
Mi chiesi, tagliandomi con la lama dietro l’orecchio e inondandomi di sangue fino al collo, se avevo sbagliato ad abbandonare la riunione del direttivo e se sarebbe stato meglio non aver scritto quella lettera così dura; ma l’irruenza, associatasi alla mia testardaggine, mi aveva consigliato, anche in quella occasione, la scelta più estrema. Anche se adesso, nonostante la gravosa ambascia, al pensiero di quanto avevo fatto, il mio petto si riempiva d’orgoglio.
“Sta per soffiare il vento dell’Est”, mi dicevo, con gli occhi che, riflessi nello specchio, sembravano uscirmi dalle orbite, “fra poco tutto cambierà, anche per il mio partito”.
Lo spruzzo del dopobarba, dandomi maggiore freschezza, sembrò alleviare il mio spirito ed allora pensai che non potevo sottrarmi al giudizio di quel giurì e, soprattutto, non potevo deludere il mio amico Adolfo, a cui avevo sempre rivolto stima e tutto il mio affetto, lungo il tempo che mi aveva visto crescere, giorno dopo giorno, sotto gli occhi, mentre ero indaffarato a trangugiare enormi pezzi di focaccia, nelle passeggiate serali.
Era stato, infatti, lui che aveva chiesto e, con una netta presa di posizione, infine ottenuto, non senza mugugni, quell’incontro chiarificatore, mentre per il nuovo segretario di sezione non c’era nulla da chiarire e si poteva, senz’altra attesa, decidere la mia espulsione dal Partito. Avevo già fatto troppi colpi di testa, ed ora ne avevo combinata un’altra delle mie. Perciò era meglio evitare di trovarmi ancora tra i piedi!
Adolfo aveva capito che più del giurì non poteva chiedere, tirava una brutta aria verso di me, soprattutto dopo le decisioni del congresso appena concluso, nel quale erano state le promesse di assunzione ad aver determinato l’elezione del nuovo segretario. Ed ora le promesse andavano mantenute ed era saggio liberarsi proprio di chi si era sempre opposto a quelle assunzioni.
Avevo patito, con tutti gli altri compagni del direttivo, un vero e proprio assalto prima del congresso, perché ci eravamo opposti fin quando avevamo potuto a quell’indegna spartizione; anche se, il motivo della nostra opposizione non era stato certamente il fatto che, come dicevano in sezione, avevamo la pancia piena e c’infischiavamo dei compagni. Non ero riuscito, tuttavia, a capire come, nonostante critiche e pressioni contrarie, io fossi ugualmente riuscito ad essere eletto nel direttivo, mentre vennero fatti fuori tutti gli altri giovani dirigenti, costretti a far posto a solidi compagni che conoscevano bene le leggi non scritte della politica.
Decisi, infine, di presentarmi.
Ero convinto che l’abbandono della riunione ed una lettera per spiegare le mie ragioni non potevano essere sufficienti a provocare il mio allontanamento dal Partito, nel quale avevo mosso i primi passi, coltivato passioni ed imparato dai compagni più anziani ad esercitare “la critica e l’autocritica”, anche se poi ho col tempo capito che sempre era gradita l’autocritica, molto meno la critica, per evitare, si diceva, di “buttare via con l’acqua sporca anche il bambino”.
Ma non mi vennero subito tali riflessioni nella mente. Queste le pensai dopo la riunione. Adesso, invece, arrivato vicino alla sezione, insieme ai palpiti, avvertii una grande fiducia in quello che stava per succedere e confidai soprattutto nell’affetto che il Partito mi aveva mostrato nel passato. La sicurezza maggiore, però, me la dava il mio amico. La presenza di Adolfo mi era del massimo auspicio. Mi sentivo forte e determinato a spiegare le mie ragioni al Partito, che avrebbe compreso ed accettato il mio brusco intervento come contributo critico alla dialettica interna. Interna e non esterna. Del resto, la segretezza delle posizioni critiche era la regola e tale regola era stata rispettata.
Entrai nella sezione e quella sera non c’era neanche un compagno, tutti rinchiusi in una stanza a giocare a carte, come segnale che l’aria si era fatta pesante. Mi bloccai davanti alla porta del direttivo e sembrava non fossi capace di procedere. Quando finalmente mi decisi ad aprire quella porta, la stanza si mostrò gelida, come mai era stata; a rendere l’aria ancora più fredda, c’era stata la decisione tacita di non fumare. Un po’ di fumo avrebbe dato più calore all’ambiente e diversa umanità a quanto stava per accadere, magari consentendo a me ed ai miei interlocutori di nascondere, almeno in parte, il pallore o la nostra agitazione, i reconditi pensieri e la cedevole intimità. Invece nulla, tutto in modo terribilmente asettico fu tenuta la stanza del direttivo. Avrei, perfino, voluto sentire l’olezzo del vicino pisciatoio, dove i vecchi ripetutamente si recavano a “cambiare l’acqua alle olive”.
Invece niente, nemmeno la pipì dei vecchi si fece sentire, in quella gelida sera. E neanche vi erano le sedie disordinate di tutte le altre riunioni; c’erano solo, dietro al tavolo, le tre sedie del giurì e l’altra, di fronte, lasciata sgombra per l’imputato.
Adolfo si accorse della situazione di forte imbarazzo che stavo vivendo e mi lanciò un corto sorriso, che io percepii come un cenno di umana commiserazione; anche perché, di fianco ad Adolfo, il segretario ed il sindaco, entrambi con il collo proteso in avanti, sembravano due mastini pronti ad azzannare. O forse no, non il segretario, che aveva il collo più lungo e sinuoso del suo compagno ed anche uno stretto sorriso. Egli, in realtà, lasciando qua e là scivolare la lingua, sembrava piuttosto una livida serpe pronta a colpire.
Il sindaco mi disse di sedere, facendo molta attenzione a non far spuntare sulla bocca alcun sorriso distensivo. Quando cominciò a parlare il tono sembrò paterno, ma il discorso che seguì lo fu certamente meno.
- Tu hai scritto una lettera piena di accuse al nostro gruppo dirigente. Io spero tu ti renda conto della gravità di ciò che hai fatto.
- Ho solo detto quello che pensavo.
Il segretario sorrise, come solo lui sapeva sorridere, mettendo fuori gli aguzzi canini, che in realtà vidi molto più acuminati di come effettivamente fossero, capaci in ogni caso d’iniettare veleno.
Il sindaco, soffocando sul nascere la voglia d’intervento del primo dirigente della sezione, ancora si mostrò paterno, ma senza nulla concedere a me che, contrariamente al mio solito, stavo cominciando a sentirsi piccolo e molle come un verme.
Il sindaco disse.
- Tu lo sai che hai violato la legge basilare delle democrazia? La decisione è stata presa con una libera votazione e spetta a tutti noi sottometterci a quello che la maggioranza decide...
Accennai ad una difesa.
- Io non ho partecipato a nessuna votazione...
Allora il segretario finalmente si sentì autorizzato a dire la sua, e quello che gli uscì di bocca, più che parole, parevano vomito e schizzi di veleno.
- Quelli come te, con questa voglia di fare del moralismo, sulla pelle dei compagni, hanno già determinato nel passato grossi guasti, comprese assunzioni non assoggettate a verifica. Qui ci sono compagni che non possono mettere la pentola sul fuoco e non ci poniamo, perciò, problemi di lana caprina; e poi, il fatto che tu ti sia astenuto dal voto non ha nessuna rilevanza democratica. Ti sei astenuto, fa parte del gioco, non hai votato a favore, non hai votato contro, ti sei astenuto dal votare. E’ tutto normale, è tutto previsto... sono le leggi della democrazia.
Finalmente io parlai e, dalla reazione di chi mi stava di fronte, immagino vedessero brillare nei miei occhi strali rilucenti e piglio da tribuno. In ogni caso, riuscii a parlare.
Anzi, quasi mi misi a urlare.
- No! Io non mi sono semplicemente astenuto, nel vostro perfido gioco delle assunzioni e delle promozioni. Avete gestito un intero congresso con queste promesse, governate la città come se nulla fosse cambiato, come se il problema fosse di difendere, comunque sia, il proprio potere. E’ questo gioco che porta alla formazione di viscide clientele. Io non ho partecipato al voto perché sulle questioni morali, su concorsi truccati ed indebiti favori, non c’è da votare. Io non ho inteso indifferentemente scegliere negozio e clienti, sto qui dentro perché sono convinto che insieme possiamo cambiare il vecchio sistema dei partiti...
Il segretario di sezione era davvero disgustato e manifestò tutto il suo disdegno tirando all’indietro il capo, ma lasciando ferma al suo posto la mandibola prominente. Era sul punto di sputarmi in faccia tutta l’avversione che stava riempiendo la sua sacca di bile, di fronte ad uno sprovveduto così inerme, così incapace di capire le ragioni semplici della politica. Era impossibile che a un simile compagno potesse ancora essere consentito di parlare. Ma intervenne prima di lui il sindaco, con il ciuffetto che gli cascava sopra la fronte. Se lo lisciò due volte, quel ricciolo biondo, prima di prendere fiato e dirmi tutto quello che in tal momento sentiva di essere autorizzato a dire, a nome del Partito e a nome dei compagni che dal Partito s’aspettavano il riscatto da una vita infelice e greve, per conquistare, se non il socialismo, almeno un posto di lavoro e portare un tozzo di pane alla propria famiglia.
Adolfo cercò d’intervenire, vedendomi nella massima difficoltà, ma fece appena cenno con la mano per fermarmi e dire lui stesso qualcosa, quando io lo anticipai sul tempo e partii come una furia.
- Ma io non voglio togliere il pane a nessuno... Ho imparato, proprio dal nostro partito, e prima ancora da mio padre, che le persone, tutte le persone, hanno diritto di lavorare e portare a casa il pane, ma a prescindere dalla tessera che hanno in tasca ed anche se non ne abbiano alcuna...
M’interruppe il sindaco.
- No, no, non ci siamo proprio compagno, non so più neanche se ti debbo chiamare così, perché tu manchi di solidarietà di classe...
- Lasciamo perdere la solidarietà di classe, ch’è un’altra cosa... E, visto che siamo giunti a questo, io vi dico che voi prendete delle persone libere e ne fate dei questuanti, gli strappate l’anima, rubate la loro dignità. Quanti di questi compagni che, per quanto bisognosi, hanno diritto alla fierezza di uomini, quanti non hanno più il coraggio di guardare in faccia i loro figli, per un posto di lavoro ottenuto in cambio della rinuncia alla propria libertà! Li usate in campagna elettorale, ne fate degli attacchini, degli schiavi, dei soggetti senza scrupoli. Su questa vergogna, su questo schifo, voi continuate a mantenere in piedi uno squallido gioco che chiamate solidarietà, su di esso si fonda il vostro potere. Ed io vi dico che su questa, come sulle altre questioni che riguardano la coscienza, non c’è voto che tenga, non c’è mano alzata che possa alleviare la pena di un atto ingiusto....
Adolfo avrebbe voluto fermarmi, avrebbe voluto calmarmi, con il suo labbro inferiore sporgente in uno stretto sorriso di persona per bene, come ce n’erano ancora nel Partito. Ma non fece in tempo a fermarmi. Quando rimase a guardare gli altri due, contenti di come fossero andate le cose e, soprattutto, di essersi finalmente liberati di questo uomo, un sognatore senza realismo, Adolfo non poté fare altro che ingoiare una volta ed una volta ancora il suo pomo sporgente per il dolore.
Mentre questo avveniva, io ero già lontano dalla sezione, nella quale ero entrato con i peli ispidi dell’adolescente e l’entusiasmo ancora imberbe dei bambini. Ne uscivo, ora, con lo sguardo rivolto in fondo alla strada, dove un tempo arrivava sfiatando il trenino che tagliava in due la città e portava al voto gli emigranti; mentre ora, nello stesso spacco di cielo, luccicavano, un po’ bagnate di lacrime, le stelle di vecchi sogni di giovinezza ed il ricordo mesto di tante bandiere rosse sventolanti.

Italo Magno



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