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Lucia Izzo

Vi racconto il mio nome

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Il mio nome era già deciso ancora prima di nascere, se fosse stata una femmina, si sarebbe chiamata Lucia, come la nonna paterna, tant’è che lei era impaziente e non vedeva l’ora di conoscere il sesso del nascituro in modo che il proseguimento della stirpe sarebbe stato assicurato. Mamma aveva già due maschi che avevano soddisfatto entrambi i nonni, le nonne erano rimaste a bocca asciutta. Su questa scia di attesa da parte di tutti i coinvolti, nacqui. Fui femmina e il nome non poteva essere che Lucia.
Eccomi qui, felice di esser nata e contornata dai tanti che aspettavano me.
Non li ho delusi, carino no? Solo che invece di ridere della buona sorte e del buon nome che mi avevano messo, piangevo, ero piccola, ero appena nata, dovevo imparare a distinguere il riso dal pianto.
Lucia uguale a “luce”, ne sono stata sempre orgogliosa del mio nome, e non saprei quale altro nome mi avrebbero potuto appiccicare addosso. Confesso di avere solo una piccola simpatia per il nome: “Sofia”.
Peccato che la nonna Lucia non l’abbia conosciuta, lei a me si, e pare che fosse felice di tenermi in braccio. La nonna morì sotto le bombe, ero piccola come un pulcino, non la ricordo. La nonna materna dovette aspettare un’altra femmina per dare in eredità il suo nome toccò a mia sorella Filomena.
Continuavo nei miei pianti e gorgheggi tant’è che mamma pensava che diventassi una cantante lirica, mi esercitavo già dalla nascita, papà non era dello stesso parere, diceva che lei non aveva sufficiente latte da darmi e che urlavo dalla fame.
La nonna Filomena, che abitava con noi, mise a tacere gli animi, pensò bene di inebriarmi con un bagnetto serale, profumato di erbe odorose che andava a raccogliere sulle ceneri di una famosa villa che ho visitato tanti anni dopo.
Che emozione! Era la villa di Poppea venuta alla luce dopo secoli.
Non piansi più così tanto, si acquetarono gli animi dei bisognosi di sonno e finalmente si chiuse una parentesi di litigi fra i miei genitori.
Recuperarono con il sonno tutti la calma. Crescevo magra e contenta, ero la prima femmina fra due torelli, papà era felice di avermi tant’è che mi fece anche il battesimo in casa quando nacqui, avvenimento fuori dal normale.
Da piccola ero talmente magra che mamma trovò un altro nome per me, gli piaceva chiamarmi strega, “strighinina”, lo diceva con il sorriso sulla bocca specialmente quando ne combinavo qualcuna delle mie.
Ero sempre sotto osservazione di mamma e nonna per quanto riguarda il cibo, la mia rigorosa dieta naturale non piaceva a loro, a niente valevano le sgridate per convincermi a mangiare un poco di carne, e dire che in casa mia se ne sentiva appena l’odore, per me era una puzza e poi quel sangue mi faceva orrore, mi bastavano le verdure, le mangiavo proprio tutte, più frutta, pane e pasta.
Con questa dieta sono andata avanti fino a diciotto anni, fin quando non cambiammo tutte le regole alimentari andando a vivere a Milano, fu la mia città d’adozione, severa, fredda e umida, mi insegnò ad essere grande facendomi dimenticare il dolce far niente con la pancia al sole e la spensieratezza di adolescente paesana.
Imparai come si diventa adulti e quanto costa svegliarsi presto per andare a lavorare. Milano mi diede molto, questa mamma severa si contrapponeva alla mamma Napoli senza regole, finii di imparare la lezione a mie spese, ma fui felice. Tante le occasioni positive e anche se c’è sempre il rovescio di una medaglia, ho imparato molto proprio da quella terra annebbiata. Mi mancava il mare soprattutto durante l’estate, il resto lo dimenticai e nonostante una città dal clima rigido incominciava a piacermi. Ho ricordi mescolati belli e brutti, si equivalgono, sono dello stesso peso.
Il benessere economico, in famiglia, incominciavamo ad assaggiarlo, e in esso c’era ovviamente anche più carne.
Renata, la nostra vicina di casa milanese doc, gentile e bella, ci insegnò a cucinare tipici piatti locali che non avevo mai assaggiato fra cui il famoso brasato che gradivo molto, cambiavano i miei gusti e la carne non mi dispiaceva più, la mangiavo quasi volentieri. Ricambiammo il nostro gradimento con il casino di una grande famiglia felice e meridionale e con i vermicelli alle vongole.

Ritornando al nome, il finale di Lucia a Napoli è Lu-scia, mentre a Milano Lucia si pronuncia “Lucìa”, mi sentivo fiera di essere stata adottata da una città fredda e umida ma che emanava calore nel pronunciare il mio nome.

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